Le cinquecento storie di Braddhuprabhupuram

 

 

ANTICHE quanto l'India stessa, le cinquecento storie custodiscono tesori di saggezza ai quali lo stesso Egurandish ha attinto. Datate almeno al 3° periodo della seconda era, sono state tradizionalmente tramandate di padre in figlio, e attraverso i secoli si sono arricchite di elementi storicamente eterogenei, che hanno conferito alla raccolta un sapore esotico persino per gli stessi indiani. Più recentemente, la critica di Dietrich Kortenhaus le ha disvelate all'occidente.

Di seguito abbiamo raccolto le più suggestive.

 

Storia di Parvati e Vadhudeva

Parvati e VadhudevaAvariksana, madre di Parvati, per fare uno scherzo alla figlia, mise un serpente dentro un vaso di coccio, così che chi l'avesse aperto sarebbe stato morso. Quando Parvati tornò, non era sola. Si trovava infatti in compagnia di Vadhudeva, il bel guerriero dalla pelle di bronzo, che si diceva avesse sconfitto con un braccio legato dietro la schiena il mitico grifone Pinkala. Vadhudeva disse: "Parvati, divina bellezza dagli occhi d'agnello, dài un po' da mangiare al tuo signore Vadhudeva, ché molto ha combattuto. Parvati! Sazia il tuo ospite: ho molta fame!".

Udito questo, Parvati disse, levandosi lo scialle di lino: "O Vadhudeva, guerriero dal nome all'imperfetto, dimmi che vuoi, e io lo preparerò", e si apprestò a cucinare.

Avariksana, che osservava impaziente da dietro una tenda, per la distrazione inciampò e fece cadere un mattone d'argilla. I due si accorsero della presenza della madre di lei, e le diedero il benvenuto. "O Avariksana, madre della bella Parvati, ti porgo il mio saluto".

Avariksana, che conosceva Vadhudeva di nome ma non di volto, si chiese: "Chi è mai costui, che mia figlia porta nella nostra casa, e che rimira con sguardo avido le pietanze che sobbollono?". Avariksana pensava infatti che quell'uomo fosse una persona qualunque, uno di quei sfaccendati che perdono il proprio tempo nelle locande della città, e che non perdono l'occasione di correre dietro alle donne intente alle loro occupazioni.

Vadhudeva però continuò: "Io sono Vadhudeva, principe di Barhatsvanipur, la città dalle cento guglie d'argilla". Avariksana, udito ciò, si meravigliò, si compiacque e aggiunse: "Beh, allora toglierò il serpentello dal vaso di coccio".


Storia di Aruncala e del mago Zafìr.

Nella città di Barhatsvanipura c'era una volta una donna che si chiamava Aruncala. Si diceva avesse molte qualità, tra cui l'ordine, la pulizia e il rispetto degli orari. Molti uomini desideravano averla per sposa, ma lei, a chi glielo proponesse, rispondeva: "Sarò solamente dell'uomo che saprà superarmi nella mia abilità". Questo li indispettiva molto. Chi si curava di coltivare l'ordine e la pulizia? Gli uomini erano fatti per la battaglia, per Ganesh! Tuttavia Aruncala era molto desiderata, fors'anche per la sua originalità.

Un giorno passo per la città di Barhatsvanipura un grande mago di nome Zafìr, che si diceva potesse leggere nel pensiero. Il mago era già stato ricevuto a corte dal re, aveva già ricevuto tutti gli onori e stava passeggiando per le strade, sperando che non lo riconoscessero -non amava infatti il baccano-. Quando passò però davanti ad una casa di periferia, dalla finestra aperta si vide gettare addosso un serpentello. "Azz!" pensò. "Qui mi si tirano i serpenti addosso: è meglio che squagli". Zafìr fece per voltarsi, ma non si accorse che c'era una donna dietro, e così la travolse, facendo cadere un'otre piena di acqua e sapone, che colpì in fronte un bambino lì presente.

"Perdona, sono stato un po'...". Zafìr, vedendo in volto la donna, si accorse di quanto fosse bella, e chiese: "Come ti chiami, bella casalinga?".
La donna rispose: "Mi chiamo Bhasmajati ma ora lasciami andare, devo sistemare il danno che hai fatto".

Zafìr si sentì molto addolorato, e per cercare di farsi personare chiamò a sé l'uccello Garuda, una creatura di svariati chilometri di larghezza. Lo stridìo dell'uccello riempì il cielo, ma Bhasmajati non si fece intimorire. Disse infatti: "Zafìr, tienti per te il tuo uccellone, io ho altre cose da fare". Zafìr, che rimase un po' spiazzato ("Come fa ella a sapere il mio nome? Non sono io il mago che legge i pensieri delle persone?") non poté far altro che lasciar andare la bella Bhasmajati, e ricacciare Garuda da dove era venuto.


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